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Riaperti fino al 30 marzo 2026 i termini per la presentazione delle domande di partecipazione al progetto Erasmus+, KA1 VET, con destinazione Lituania, Grecia, Malta, Polonia e Spagna.
Redazione Galattica

Viviamo in un’epoca in cui le tecnologie digitali, nate per ampliare le possibilità umane, spesso sembrano un limite.
La comunicazione si semplifica e banalizza, i tempi di attenzione si contraggono, l’informazione si confonde con l’intrattenimento, il pensiero critico fatica a trovare spazio in mezzo al rumore generato dall’enorme mole di piattaforme.
Nell’articolo “Idiocracy now” pubblicato su Il Tascabile, l’autore Franco Cimei ripercorre la filmografia del regista Mike Judge per proporla quale lente critica per guardare il presente. L’analisi è a tratti sconfortante ma chiara: una società sempre più alienata e anestetizzata dalla cultura dell’immagine, dal consumo veloce, dalla perdita di senso critico.
Come è stato possibile arrivare a questo punto?
L’autore non propone risposte facili, ma sollecita a sua volta una domanda radicale: che ruolo abbiamo, come individui e come collettività, in questo scenario di semplificazione globale?
In questo contesto entra in gioco il collettivo Ippolita, un gruppo di ricerca e sperimentazione indipendente e interdisciplinare, che da oltre vent’anni si occupa di critica culturale e opera per restituire complessità al discorso digitale.
Nato all’inizio degli anni Duemila, Ippolita è animato da studiose e studiosi, attiviste e attivisti che uniscono filosofia, cultura hacker e teoria critica per decifrare i meccanismi sociali e psicologici che regolano la nostra relazione con la tecnologia.
Le loro analisi — raccolte in libri come La rete è libera e democratica. Falso!, Tecnologie del dominio, Anime elettriche o l’ultimo Hacking del sé — non si limitano a denunciare i rischi della rete, ma cercano di allenare uno sguardo consapevole, capace di cogliere le logiche nascoste dietro le interfacce amichevoli e gli algoritmi “neutrali”.
Per Ippolita, la cultura digitale non è un tema tecnico ma politico. Le tecnologie non sono strumenti neutri: modellano il nostro comportamento, i nostri desideri, la nostra auto-percezione.
Da qui nasce l’idea di una “autodifesa digitale”, intesa non solo come protezione dei dati o della privacy, ma come cura del proprio tempo, della propria attenzione, delle proprie relazioni.
Come scrive Ippolita:
La cultura è una forma di azione diretta, un’auto-difesa.
Tra i progetti promossi dal collettivo ci sono laboratori e percorsi di “hacking del sé”, che uniscono filosofia, pratica e consapevolezza corporea per riconoscere come la tecnologia interviene nella formazione dell’identità personale e collettiva.
È un approccio che invita a rallentare, osservare, mettere in discussione l’automatismo con cui scorriamo, clicchiamo, condividiamo contenuti, riprendendo il controllo sul modo in cui costruiamo il nostro pensiero e il nostro sguardo sul mondo.
In un tempo in cui il confine tra attenzione e distrazione è sempre più sottile, diventa quindi sempre più urgente adottare pratiche utili per contrastare quella che potremmo definire l’“idiozia digitale” e coltivare la consapevolezza come forma di libertà.
Leggi l’articolo completo su www.iltascabile.com/linguaggi/idiocracy-now/.
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