Arcipelago, la serie in podcast sul Servizio Civile in Puglia
Redazione Galattica
Esperienze di volontariato, crescita e cittadinanza attiva in sette storie ricche di passione, a cura della Regione Puglia.
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La partecipazione non nasce da modelli standardizzati, ma dall’ascolto delle persone e delle esigenze specifiche di ogni comunità.
È da questa convinzione che prende forma Participation Lab, un progetto sviluppato dall’organizzazione ungherese Jász Mentorok Kft. per favorire il coinvolgimento delle nuove generazioni nei processi decisionali locali, in particolare nei territori dove le opportunità di partecipazione sono meno diffuse.
Attraverso il dialogo tra comunità, istituzioni e persone giovani, il progetto sperimenta percorsi di co-progettazione capaci di trasformare bisogni e idee in azioni condivise.
In questa intervista, l’organizzazione racconta l’origine dell’iniziativa, le sfide incontrate e gli elementi che rendono la partecipazione uno strumento concreto di sviluppo locale.
Quali sono le origini e la missione del vostro progetto?
Il Participation Lab non nasce dalla teoria, ma da un’osservazione molto semplice e sincera fatta dagli stessi giovani.
Nella nostra città, Jászberény, esiste un ecosistema giovanile ben funzionante: consigli studenteschi, iniziative comunitarie e opportunità concrete di interagire con i decisori locali. Tuttavia, molte delle persone giovani coinvolte in questi processi non vivono effettivamente in città. Provengono da città più piccole della regione circostante, dove opportunità simili semplicemente non esistono.
Questo crea una contraddizione: i giovani sperimentano cosa significa una partecipazione significativa in un luogo, ma non hanno modo di trasferirla nelle loro comunità.
La missione del Participation Lab è colmare questo divario. Non esportando un modello già pronto, ma creando un processo attraverso il quale i giovani e gli attori locali co-progettino la partecipazione nel proprio contesto.
Quali sono le sfide che state affrontando e gli strumenti che vi aiutano a fare la differenza?
Una delle principali sfide che dobbiamo affrontare è il presupposto secondo cui la partecipazione giovanile possa essere “attuata” attraverso strutture predefinite. In realtà, ogni comunità è diversa: per dimensioni, cultura, capacità istituzionale e apertura dei decisori locali.
Un’altra sfida è la fiducia. I giovani spesso sentono che le loro opinioni non contano, mentre le istituzioni non sono sempre abituate a lavorare con i giovani come partner alla pari.
Ciò che ci aiuta di più è cambiare il nostro ruolo. Invece di agire come esperti che portano soluzioni, diventiamo facilitatori di un processo di apprendimento condiviso.
Utilizziamo metodi di apprendimento non formale, la facilitazione tra pari e il dialogo continuo tra giovani e decisori. Creare spazi sicuri per una conversazione onesta si rivela più efficace di qualsiasi strumento predefinito.








[Dialogo con decisori locali]
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Il progetto Participation Lab affronta una questione molto concreta: il divario tra i centri urbani, dove le opportunità di partecipazione sono maggiori, e i piccoli centri rurali, dove spesso mancano strutture dedicate. Quali sono state le prime misure adottate per mettere in luce questo divario e trasformarlo in un processo condiviso con le autorità locali?
Il primo passo consiste semplicemente nell’ascoltare.
L’idea del progetto nasce direttamente dai giovani, che descrivono questo divario sulla base delle loro esperienze di vita. Anziché definire noi stessi il problema, prendiamo la loro prospettiva come punto di partenza.
Da lì, avviamo un processo in cui queste persone tornano nelle loro città – non come “esperti”, ma come facilitatori di dialoghi locali.
Allo stesso tempo, coinvolgiamo le autorità locali fin dall’inizio. Non alla fine del processo, ma come partner nella comprensione della situazione. Questo aiuta a trasformare la questione da un “problema giovanile” a una questione condivisa di sviluppo locale.
Nel vostro approccio non proponete alle autorità locali un modello predefinito, bensì un processo di pianificazione partecipativa. Quali elementi devono essere adattati al contesto locale caso per caso e quali, invece, ritenete essenziali in qualsiasi processo di partecipazione giovanile?
Siamo fermamente convinti che la partecipazione non possa essere standardizzata.
Ci sono elementi che devono sempre essere adattati al contesto locale: la forma di coinvolgimento, la struttura degli incontri, i canali di comunicazione e persino il livello di coinvolgimento istituzionale.
Tuttavia, esistono anche principi essenziali che rimangono costanti.
Tra questi figurano: – il coinvolgimento autentico dei giovani nella definizione dei problemi e delle soluzioni – un dialogo strutturato con i decisori – la facilitazione anziché il coordinamento dall’alto – e un feedback continuo tra partecipanti e istituzioni.
La forma può variare da luogo a luogo, ma sono questi principi a rendere significativa la partecipazione.




















[Programma sociale giovanile]
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Giovani e amministrazioni locali collaborano per elaborare proposte e raccomandazioni. Secondo la tua esperienza, cosa cambia quando i giovani non vengono semplicemente consultati, ma contribuiscono direttamente alla definizione delle soluzioni?
La differenza è profonda.
Quando i giovani vengono semplicemente consultati, tendono a rispondere entro i limiti che ritengono esistano. Ma quando vengono coinvolti nella definizione delle soluzioni, il loro pensiero diventa più creativo, più responsabile e più radicato nella realtà.
Allo stesso tempo, anche i decisori cambiano prospettiva. Invece di considerare i giovani come un gruppo target, iniziano a vederli come partner dotati di intuizioni preziose.
Questo crea un passaggio dal “chiedere opinioni” al “costruire insieme”.
E, forse ancora più importante, i giovani iniziano a vedersi in modo diverso: non come membri passivi di una comunità, ma come contributori attivi alla stessa.
Un consiglio o uno spunto di riflessione per le nuove generazioni che vivono in territori in fase di trasformazione.
Se volete dare vita a un cambiamento nella vostra comunità, non iniziate da soli.
In base alla nostra esperienza, il punto di partenza più importante non è un’idea, ma uno spazio. Per molti giovani, questo spazio esiste già: nei consigli studenteschi o nelle organizzazioni giovanili che riuniscono scuole e comunità diverse. Non si tratta solo di strutture formali; sono ambienti sicuri dove puoi imparare a farti sentire, ad ascoltare e ad assumerti delle responsabilità.
Ciò che fa davvero la differenza è quando questi spazi sono collegati tra loro. Quando i consigli studenteschi non sono isolati all’interno delle scuole, ma collegati attraverso un’organizzazione giovanile più ampia, qualcosa cambia: le esperienze vengono condivise, la fiducia cresce e i giovani iniziano a vedersi come parte di una comunità più grande.
È qui che la partecipazione diventa reale. Non in eventi isolati, ma in processi continui in cui i giovani pianificano insieme, mettono alla prova le idee e riflettono su ciò che funziona e ciò che non funziona.
Quindi il nostro consiglio è semplice: trova o crea una comunità in cui non sei solo a pensare al cambiamento. Costruisci su ciò che già esiste – anche se sembra piccolo. Col tempo, questi spazi diventano le fondamenta su cui non solo parli della tua comunità, ma la plasmi attivamente.






[Spazio giovanile di comunità – workshop]
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